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Sono Francesca Brioschi, Content Designer de I MILLE e mi occupo di scrivere contenuti editoriali che dialoghino con i dati, trasformandoli in storie. Questa nasce da un confronto con le colleghe e i colleghi del Comitato per la Parità di Genere de I MILLE e parla di tempo rubato alla notte e di peregrinazioni notturne della mente di cui le donne, ancora una volta, sono inevitabili protagoniste.
Che cos’è l’insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente a fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni tutte sue, il suo rifiuto di abdicare di fronte alla divina incoscienza degli occhi chiusi o alla saggia follia dei sogni?
Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar
Notti in bianco
Nel 1927, Edward Hopper dipinge Automat, una delle sue opere che meglio riflette la solitudine del nottambulismo urbano. La protagonista è una donna sola, seduta a un tavolo, di fronte a una tazza di caffè. Sembra che per lei il giorno non sia ancora finito.
È un dipinto di cent’anni fa, ma ci restituisce oggi una realtà raccontata dai dati. Le donne non dormono. O meglio, dormono di meno, dormono peggio, si svegliano di più. È una questione biologica, sociale, strutturale. È la notte che chiede i conti al giorno.
Secondo le analisi della Sleep Foundation Survey 2024, il 49% delle donne dorme meno delle sette ore raccomandate per notte, contro il 41% degli uomini. Le ricerche sono confermate dalla ResMed Global Sleep Survey del 2025, che ha condotto uno studio su 30.026 persone in 13 paesi, riportando che le donne registrano in media 3,17 notti insoddisfacenti a settimana contro la media 2,87 degli uomini. Sembra un piccolo margine, che però su scala annuale corrisponde a settimane di sonno perso.
Il giorno che non finisce
Il divario nel sonno tra donne e uomini ha sicuramente radici biologiche: le variazioni ormonali legate al ciclo mestruale, alla gravidanza e alla menopausa interferiscono con la qualità del sonno in modi che la ricerca ha iniziato a mappare solo di recente. Pubertà, gravidanza e menopausa sono i tre momenti della vita femminile in cui il divario di genere nell’insonnia si accentua in modo marcato (Journal Of Sleep Research, 2025).
Insomma, il corpo femminile non è mai in uno stato neutro rispetto al sonno: attraversa fasi che lo rendono strutturalmente più vulnerabile. Ma non è solo questo. Qualche settimana fa, Domiziana ci aveva parlato di come il tempo non scorra allo stesso modo per tutti e tutte.
Siamo abituati a pensare al tempo come a una risorsa uguale per tutti. Ventiquattro ore, ciascuno. Una misura apparentemente neutra, democratica, incontestabile. Ma questa neutralità regge solo fino a quando non guardiamo a come quelle ore vengono occupate, interrotte, consumate.
All’interno delle famiglie, le donne continuano a farsi carico della quota maggiore di lavoro domestico e di cura. Lo confermano i dati del Gender Equity Policy Institute (2024): in una settimana media, le donne dedicano 12,6 ore a cucinare, pulire e gestire la casa, contro le 5,7 ore degli uomini. Le madri dedicano al lavoro di cura combinato 2,1 volte il tempo dei padri.
Restare sveglie fino a tardi per sbrigare quello che il giorno non ha contenuto, alzarsi di notte per un figlio o un genitore anziano, pianificare mentalmente il giorno successivo mentre tutti dormono: tutto questo altera i ritmi circadiani, frammenta il sonno in segmenti che non recuperano mai del tutto. Il corpo non mente: registra ogni ora sottratta, ogni interruzione, ogni pensiero che non ha trovato spazio di giorno e che riemerge di notte, quando le distrazioni scompaiono e la mente resta sola con se stessa.
La ruminazione notturna
C’è qualcosa di ancora più sottile, che la ricerca ha cominciato solo di recente a nominare con precisione: la ruminazione notturna. Le donne lavoratrici di mezza età riferiscono di rimuginare per i compiti quotidiani di notte, e le richieste concorrenti di lavoro retribuito e lavoro domestico non retribuito limitano ulteriormente il tempo disponibile per un sonno adeguato (Benge, Pavlova, Javaheri - Frontiers in Sleep, 2024).
Il lavoro prosegue anche dopo l’orario diurno e secondo il ResMed Global Sleep Survey 2025, stress e ansia sono i principali fattori di disturbo del sonno per le donne, citati rispettivamente dal 57% e dal 47% del campione femminile intervistato.
Le 3 di notte sono spesso raccontate come l’ora dei risvegli improvvisi, in cui si registrano più casi di risveglio notturno. In questa fascia oraria, i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, raggiungono il loro picco fisiologico notturno. Per chi porta un carico già alto, è sufficiente per svegliarsi (Cleveland Clinic, 2025).
Non è debolezza. È il segno di un sistema che ha chiesto troppo.
Una gabbia di pensieri
La notte dovrebbe essere il momento in cui il corpo cede al riposo. E invece, per molte donne, è l’ora in cui tutto torna: ciò che non si è finito, ciò che non si è detto, ciò che resta da prevedere per domani. Il buio non spegne il carico mentale, lo rende solo più udibile. Così l’insonnia non è solo assenza di sonno, ma eccesso di presenza: del lavoro invisibile, delle richieste interiorizzate, di quella vigilanza continua che il giorno normalizza e la notte restituisce per intero.
Il report Idorsia sull’insonnia nelle donne italiane nella fase centrale della vita adulta lo mostra con chiarezza: le donne del campione soffrono di insonnia in media cinque notti a settimana, da circa sei anni. Non un disturbo episodico, ma una condizione cronica, silenziosamente accettata. Il sintomo più diffuso e più grave, riferito dal 74% del campione, non è la difficoltà ad addormentarsi, ma il risvegliarsi troppo presto senza riuscire a tornare a dormire.
E il corpo somatizza. L’85% delle donne intervistate nel report Idorsia dichiara che l’insonnia impatta sulla propria energia diurna, il 76% sulla capacità di gestire lo stress, il 66% afferma che la fatica rende difficile svolgere le proprie responsabilità quotidiane.
Rivendicare la notte
Nel 1994, l’artista Louise Bourgeois ha più di ottant’anni e non riesce a dormire. Invece di combattere l’insonnia, inizia a disegnarla. Ogni foglio porta scritto l’orario in cui è stato realizzato: 3:14. 4:07. 2:48. I disegni sono ossessivi, ripetitivi, a volte carichi di angoscia, a volte quasi sereni. Sono un archivio emotivo della notte: non una celebrazione dell’insonnia, ma una sua trasformazione. Il tempo sottratto al sonno che diventa materia, presenza, opera.
Gli Insomnia Drawings non dicono che l’insonnia sia bella. Dicono che è reale, che lascia tracce, che il corpo che veglia produce qualcosa anche quando vorrebbe solo smettere. Bourgeois ci racconta che la notte non è solo il luogo della sofferenza, ma anche uno spazio in cui, tolta ogni richiesta esterna, la mente trova la sua voce.
In questa prospettiva, vegliare non è un’eccezione romantica. È una forma estrema di esposizione: il segno che qualcosa continua a chiedere presenza anche quando tutto dovrebbe finalmente fermarsi.
Alle tre di notte, insieme
Secondo le proiezioni di UN Women, anche al ritmo attuale di cambiamento, nel 2050 le donne spenderanno ancora 2,3 ore al giorno in più degli uomini in lavoro di cura non retribuito. Il problema del sonno non è quindi un’emergenza temporanea: è strutturale.
Se non cambia il giorno, non cambierà la notte.
Rivendicare il sonno, pieno, continuo, non interrotto, è un atto politico quanto rivendicare il tempo e lo spazio. Perché il sonno non è separato dal resto: è la misura più precisa di quanto una vita sia davvero propria.
Torniamo alla donna di Hopper, sola davanti al suo caffè. Guardarla oggi, sapendo quello che sappiamo, significa interpretarne lo sguardo in modo diverso. Non è una figura malinconica, né una donna in attesa. È qualcuno che il giorno non ha ancora lasciato andare.
Immaginiamo però che, oggi, abbia uno smartphone con sé, per scrivere a chi, come lei, alle tre di notte è ancora sveglia. Perché, come ricorda l’economista Azzurra Rinaldi nella sua newsletter, la sorellanza è sempre la soluzione. Per affrontare insieme il conto di quello che il corpo accoglie e che la mente non riesce a lasciare andare.








