Cover Story
Il senso del graphic design nella musica
Ciao! Questa è la newsletter de I MILLE. Si chiama Forward perché da qui proviamo a guardare in avanti (e anche perché se poi le cose che scriviamo ti piacciono le puoi inoltrare a qualcuno che ti piace). Come te, altre +1700 persone che lavorano nel mondo della comunicazione, del marketing e del digitale leggono I MILLE Forward, e in più di 26.000 seguono quello che abbiamo da dire su LinkedIn e Instagram.
Prologo — The Way We Were
Quando la musica pop e rock era prevalentemente un prodotto da ascoltare, ancor prima che i video musicali diventassero parte dell’esperienza, le principali rappresentazioni visive della musica erano da una parte i concerti e le performance dal vivo e dall’altra le copertine dei dischi. Le copertine avevano un ruolo cruciale per il successo di un disco ed erano spesso il primo contatto fra le persone e il prodotto musicale. A volte si sceglieva un disco prima ancora di averne ascoltato la musica: negli anni ‘60, ‘70, ‘80 e ‘90 una copertina poteva valere il rischio che il suono dietro quell’immagine non fosse quello atteso.
Che cosa sarebbeThe Dark Side of the Moon senza il prisma ottico con lo spettro dei colori su fondo nero, o Nevermind senza il neonato che fluttua immerso nel blu di una piscina californiana? La banana di Warhol veniva assurta a opera d’arte per identificare il più grande successo dei Velvet Underground del 1967, e l’onda radio della pulsar PSR B1919+21 diventava il simbolo del post-punk per il memorabile album di debutto dei Joy Division del 1979.
C’era tuttavia una terza modalità di ‘vedere’ la musica, un’esperienza a metà tra il negozio di dischi e il concerto live: i magazine specialistici con i poster delle rockstar che, una volta staccati dal centro rivista, molti adolescenti appiccicavano alle pareti delle camerette. Poi c’erano i poster ufficiali dei concerti live che, soprattutto d’estate, tappezzavano i muri delle città. Staccarli di notte ancora freschi di colla per portarseli a casa era un “piacere sconosciuto”; chiedere al negozio di dischi di tenerti una copia del poster dei Cure era quasi meglio di “tutti i party di domani”.
La musica si completava con immagini potenti che entravano nell’immaginario collettivo e diventavano un tutt’uno con il sound di un LP, e in certi casi definivano lo stile intero di un musicista o di un gruppo.
Ora tutto questo è cambiato profondamente: i social e le piattaforme di streaming hanno disintermediato le immagini, letteralmente iconiche, che avevano il compito di esprimere lo stile di un sound. La musica ‘visiva’ si vende con i reel di Instagram, mentre le copertine dei dischi sono minuscoli thumbnail sui nostri account Spotify.
Lost In The Supermarket – Da copertina a thumbnail
La riduzione a thumbnail non è solo una questione di scala, perché ha riscritto le regole del graphic design applicato alla musica. La copertina storica lavorava su un formato generoso (il 30x30 cm del vinile, poi il 12x12 del CD), con la possibilità di costruire composizioni tipografiche complesse, lettering elaborati, fotografie in grado di reggere lo sguardo ravvicinato. L’attuale copertina digitale deve funzionare a 200 pixel su uno schermo, in competizione con migliaia di altre immagini in una griglia infinita, con circa tre secondi per fermare il pollice di chi scorre.
Questo ha prodotto alcune conseguenze precise sul piano del design. La tendenza dominante nell’era dello streaming va verso font bold e oversized come elemento visivo primario, una risposta diretta alla necessità di essere leggibili e riconoscibili a scala ridottissima. In molti casi il nome dell’artista e il titolo dell’album, elementi centrali nella comunicazione delle copertine fisiche, sono assenti o ridottissimi, perché le piattaforme li mostrano comunque in testo separato. La fotografia ha ceduto spazio all’astrazione e al colore piatto, più immediatamente riconoscibili in una griglia affollata.
Il risultato è che la copertina ha perso la sua funzione narrativa e identitaria principale. Non è più l’immagine con cui un artista racconta chi è al mondo: è un segnale visivo ottimizzato per l’attenzione di un secondo.
Vale la pena notare che nel 2026, per la prima volta nella storia dei Grammy, è stata introdotta la categoria Best Album Cover, un riconoscimento tardivo di quello che i designer sapevano già: quel piccolo quadrato fa ancora molto lavoro.
Let’s Get Physical – Il ritorno del vinile
Eppure qualcosa non ha funzionato come previsto. Nonostante lo streaming domini il mercato con 837 milioni di utenti paganti nel mondo e il 69,6% dei ricavi globali dell’industria musicale, il formato fisico non è morto. Le vendite di vinile negli USA hanno superato il miliardo di dollari nel 2025, il livello più alto dal 1983, con 46,8 milioni di unità vendute e il diciannovesimo anno consecutivo di crescita del formato. Su scala globale, i ricavi del vinile sono cresciuti del 13,7% e il mercato fisico ha visto per la seconda volta in assoluto una crescita che ha superato quella del digitale.
Chi compra i vinili? Non (soltanto) i nostalgici di sessant’anni. Secondo i dati Luminate, quasi la metà degli acquirenti di vinile nei negozi indipendenti ha meno di 35 anni, il 27% meno di 25, e il 16% è nella fascia 13-17 anni. Per molti giovani, Spotify è per l’ascolto quotidiano, il vinile è per l’esperienza e la collezione. Come ha scritto un analista del settore: lo streaming vince la battaglia dell’ascolto, il vinile vince quella emotiva.
E il vinile non è solo. Nel primo trimestre del 2025, le vendite di musicassette sono cresciute del 204,7% nel mercato britannico, un numero clamoroso anche se i volumi assoluti restano piccoli. In un decennio, le vendite di cassette negli USA sono passate da 50.000 a oltre 430.000 unità annue. I lettori portatili sono tornati in produzione, e il 2024 è stato il primo anno in vent’anni in cui le vendite totali di musica fisica (vinile, CD, cassette) sono aumentate nel mercato britannico.
In questo fenomeno, c’è un pattern che vale la pena nominare esplicitamente: ogni decennio viene recuperato a distanza di qualche anno, in ordine più o meno inverso. Prima il vinile, poi le cassette. I CD, che pure stanno ancora calando, potrebbero essere i prossimi. Si potrebbe provare a descrivere il fenomeno senza invocare la parola “nostalgia”, ma parlando piuttosto di una ricerca di tangibilità, di oggetti che resistono all’effimero digitale. Come dichiarato dal giornalista Marc Masters, autore di High Bias: The Distorted History of the Cassette Tape: “I giovani si sentono un po’ delusi o imbrogliati dal modo in cui funziona lo streaming”. Il fisico offre qualcosa che nessun abbonamento mensile riesce a replicare: un oggetto da tenere in mano, da collezionare, da regalare.
Too Much – Il paradosso delle varianti
Qui entra però in campo una contraddizione. Il revival del vinile porta con sé una pratica di marketing che ne tradisce lo spirito: le varianti di copertina. Versioni dello stesso album con artwork diverso, colori del disco diversi, tracce esclusive per ciascuna edizione. Nel 2024, Taylor Swift ha pubblicato 24 varianti dello stesso album; i Rolling Stones ne hanno prodotte 43 per Hackney Diamonds. Indipendentemente dal genere e dall’artista, i fan sono disposti a spendere migliaia di euro o dollari per raccogliere quante più varianti possibili di un singolo album.
La logica è semplice: ogni variante conta come unità venduta separata, gonfia i numeri delle classifiche, estende la vita commerciale di un’uscita per mesi. Ma sul piano del design produce l’effetto opposto a quello che rendeva grande una copertina come Dark Side of the Moon. Non c’è più un’unica immagine, fissa, riconoscibile all’istante, capace di diventare simbolo culturale indipendente dalla musica che conteneva. Moltiplicare le copertine trasforma un oggetto di comunicazione in un formato collezionabile, svuotando la singola immagine di qualsiasi peso narrativo. Come osserva Laura Molloy su Dazed, le varianti hanno trasformato la copertina da scelta artistica a strategia di industry. Billie Eilish, una delle poche artiste di primo piano ad aver criticato pubblicamente la pratica, l’ha definita “davvero frustrante” e “sprecona"”, pur ammettendo che, finché i fan sono disposti a pagare, è difficile per gli artisti più piccoli non seguire quella strada.
Il cielo (e un poster) in una stanza – L’immagine che resiste
In questo scenario, c’è chi ha scelto la direzione opposta.
Ciao Discoteca Italiana è un collettivo nato nel 2017 a Torino, formato da grafici, designer, dj e musicisti. Si autodefinisce contemporaneamente brand, studio creativo e collettivo artistico: tre anime che convivono e si alimentano a vicenda. Il loro parte da un’idea semplice e radicale: prendere gli elementi stilistici della canzone d’autore italiana degli anni ‘60, ‘70 e ‘80 (Lucio Battisti, Mina, Moroder, il Teatro delle Vittorie, le discoteche come luogo di aggregazione giovanile) e rielaborarli in chiave visiva contemporanea, producendo manifesti, capi d’abbigliamento, libri e oggetti in edizioni limitate.
I loro poster si presentano come specimen grafici, non come illustrazioni. Sembrano spesso immagini d’epoca (o meglio, sembrano quello che le immagini d’epoca avrebbero potuto essere se fossero state pensate oggi). È una rivisitazione consapevole, che conosce il linguaggio che cita. Helvetica, palette ridotte, composizioni tipografiche che ricordano i manifesti storici italiani: ogni scelta grafica è una dichiarazione di metodo, e il risultato è riconoscibile a colpo d’occhio.
Il collettivo si manifesta anche nello spazio urbano attraverso attivazioni temporanee e store effimeri, portando avanti un’attività intensa, con oltre 60 eventi nel 2025 e 150.000 presenze. La community social ha superato i 200.000 follower su Instagram, con un tasso di apertura della newsletter del 60% su 50.000 iscritti.
Quello che Ciao Discoteca Italiana dimostra è che l’immagine unica e coerente (quella pensata per durare invece che per essere consumata) mantiene ancora una capacità di attrazione che nessun algoritmo ha del tutto sostituito. In un’economia dell’attenzione fondata sulla quantità e sulla velocità, la scelta di fare poche cose riconoscibili è già una posizione culturale.
Vengo anch’io (sì, tu sì)
Se vi interessano l’intersezione tra musica e graphic design, il ritorno al fisico, e il valore dell’immagine in un’economia dell’attenzione, il prossimo I MILLE Welcomes è il posto giusto.
L’11 giugno ospiteremo i ragazzi di Ciao Discoteca Italiana nei nostri spazi di Viale Francesco Restelli 1 a Milano. Parleremo di tutto questo insieme dal vivo. A seguire, (Quasi) Estate Cocktail, con aperitivo e playlist curata dagli ospiti. L’ingresso è gratuito, previa registrazione su Eventbrite. Vi aspettiamo!








