La carriera lineare è una bella storia. Peccato che non esista.
Un po’ di dati, qualche riflessione e un appuntamento in agenda
Per molto tempo il lavoro è stato raccontato come una traiettoria ordinata: studio, ingresso, crescita, stabilità. Una linea retta con qualche curva prevista, ma fondamentalmente dritta. Oggi quella traiettoria assomiglia meno a una linea e più a una mappa: piena di incroci, deviazioni, ripartenze, momenti in cui fermarsi è necessario per capire se si sta andando nella direzione giusta.
Il modo in cui raccontiamo il lavoro conta quasi quanto il lavoro stesso. Le storie che ascoltiamo diventano una bussola: aiutano a interpretare quello che viviamo, a dare un nome ai dubbi, a capire se quello che stiamo attraversando è un’eccezione o, più semplicemente, parte del percorso.
Il 10 marzo parleremo dal vivo con i ragazzi di Chapeau, un gruppo di under 30 che esplora le grandi storie imprenditoriali italiane partendo dai dietro le quinte: gli imprevisti, le crisi, gli errori, le deviazioni. Nessuno arriva dove arriva seguendo una strada perfetta, e da ciò Chapeau ha costruito il proprio punto di partenza e osservazione. Se il tema vi incuriosisce, l’appuntamento è alle 18.30 nella nostra sede di Via Restelli 11 a Milano. Il link per iscriversi è in fondo a questo articolo (quindi toccherà leggere fino alla fine). Nel frattempo, qualche dato che vale la pena tenere a mente.
L’Osservatorio GenerationShip 2025 di Changes Unipol fotografa le condizioni lavorative di chi ha tra i 23 e i 35 anni. Quello che emerge è che carriera e successo non sono più l’obiettivo assoluto — o almeno, non l’unico. Cresce la richiesta di flessibilità e di controllo sul proprio tempo: orari gestibili (56%), weekend liberi (48%), niente lavoro fuori orario (42%). Il 34% è disposto a rinunciare alla crescita professionale pur di migliorare l’equilibrio complessivo; il 27% anche a una parte dello stipendio.
Non è pigrizia. È che gli strumenti digitali, nati per darci più tempo libero, spesso non fanno che moltiplicare i task. La possibilità di staccare, di avere uno spazio personale, di non vivere il lavoro come qualcosa di totalizzante: è questa la risorsa che sembra più fragile in un contesto che accelera continuamente.
Accanto a questo cresce anche la domanda di senso. Non perché tutti aspirino a fare qualcosa di straordinario, ma perché quando il lavoro occupa tanta parte della giornata è difficile non chiedersi cosa stia costruendo davvero. Secondo una ricerca degli Stati Generali del Welfare, il 72% dei giovani aspira a un lavoro coerente con i propri valori, capace di generare un impatto.
E poi c’è lo scarto tra quello che si impara e quello che serve: tra gli under 18, uno studente su due trova i programmi scolastici troppo teorici rispetto alle competenze che il mondo professionale richiede (Report FragilItalia, Lega Coop e Ipsos). Non si tratta solo di competenze tecniche, ma di capacità trasversali: comunicare, lavorare in gruppo, gestire la complessità, orientarsi in contesti nuovi.
Il nodo tra formazione e mondo del lavoro è uno dei più difficili da sciogliere. Per questo diventa centrale costruire connessioni più solide tra scuola e impresa, non per proporre modelli predefiniti di carriera, ma per offrire strumenti utili: educazione finanziaria, progettazione, capacità di lavorare in contesti complessi. Nell’ultimo anno I MILLE ha lavorato con WeSchool, una realtà che collega scuola, impresa e impatto sociale, per definirne identità e comunicazione. Il punto di partenza era semplice ma non scontato: la scuola non come luogo statico, ma come spazio di possibilità, capace di alimentare idee e aiutare a prendere decisioni. Esattamente il tipo di ponte che oggi manca tra quello che si impara e quello che serve.
In un mondo pieno di possibilità, orientarsi è faticoso. Scegliere significa anche rinunciare. Significa accettare che si possa cambiare direzione, fare una deviazione, ricominciare. E non sempre è semplice farlo senza sentirsi in ritardo rispetto agli altri. Una sensazione diffusa, e quasi sempre ingannevole.
È per questo che il confronto conta. Le community, quando funzionano davvero, rendono l’esperienza meno solitaria. Aiutano a riconoscere che il dubbio, il cambiamento e la sospensione non sono anomalie, ma parti integrate di qualsiasi percorso.
Ci vediamo il 10 marzo per parlarne con chi queste storie le racconta, e con chi le sta ancora scrivendo. Iscriviti qui!








