L'algoritmo invisibile
Se la parità di genere fosse una query
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Io sono Ilaria Pillai, e buona parte delle mie attività quotidiane consistono in attività di misurazione: KPI, conversioni, performance. Oggi però sono qui per chiederci insieme: cosa succede se proviamo a misurare i nostri pregiudizi?
Come SEO Manager, infatti, il mio lavoro è osservare cosa cercano le persone quando pensano di non essere viste. Google è lo specchio più onesto che abbiamo: non mente e non è politicamente corretto. Ho analizzato i dati sulle keyword correlate a “uomo” e “donna” e quello che ne è emerso non è solo un divario, ma una vera e propria gerarchia semantica.
Se la parità fosse una query, oggi Google ci risponderebbe: “Forse cercavi qualcos’altro”.
Il metro del successo: regola vs eccezione
L’analisi delle keyword legate al successo ci dice che l’uomo è associato a status symbol tangibili (orologi, auto, ricchezza), mentre la donna è associata a narrazioni ispirazionali.
Il “kit” del successo maschile
L’area semantica legata allo status maschile (che include accessori e cura personale come orologi, profumi e gioielli) muove un volume enorme: oltre 1,3 milioni di ricerche mensili. Le query dominanti riguardano oggetti reali: orologi uomo (110.000), profumo uomo (49.500) e orologio Maserati uomo (33.100). Il successo maschile, in pratica, è una regola che si acquista con il giusto equipaggiamento.
L’ispirazione femminile da accertare
Al contrario, nella fascia alta dei volumi (+5.000), le keyword legate alla “storia” o alla “carriera” femminile scompaiono quasi del tutto dai radar. Per trovare tracce di questo ambito dobbiamo scendere nella long tail, dove incontriamo volumi irrisori: donne manager di successo conta appena 20 ricerche al mese, mentre le query per donne di successo a cui ispirarsi o storie di donne di successo si fermano a poche decine di click.
In termini di posizionamento, il successo maschile ha una Keyword Difficulty altissima perché è uno standard di mercato, mentre quello femminile è una niche keyword, ovvero un contenuto “ispirazionale” che il web tratta ancora come un’eccezione alla regola. In altre parole, l’uomo è il Main Topic, la donna è un Case Study a fondo pagina.
Maschile di default: 124.000 architetti per UNA architetta
Il web non è uno spazio neutro, ma un archivio saturato dal maschile. Il numero di risultati indicizzati rivela un vuoto d’offerta che condiziona le nostre percezioni:
Il caso architettura: per ogni pagina web che parla di una “Architetta“ (appena 87 risultati), ne esistono oltre 10.800.000 che parlano di un “Architetto“. Un rapporto di 124.000 a 1.
L’avvocato donna: la parola “Avvocata”, nonostante centinaia di ricerche, ha risultati vicini allo zero.
Qui siamo di fronte a un errore di Search Intent. Google non ci propone modelli femminili perché il suo indice è saturato dal maschile. Se non produciamo contenuti, restiamo invisibili. Tecnicamente, per l’algoritmo, una professionista non nominata correttamente è un 404 culturale.
Esiste un’eccezione che prova la regola: Ministra. Qui i risultati esplodono con 73,9 milioni di pagine. È la prova che quando la politica e le istituzioni impongono un linguaggio, il web risponde e satura l’indice. Tuttavia, il cambiamento è incompleto: nonostante l’enorme offerta di pagine, il cittadino cerca ancora Ministro (2.400 vol) molto più di Ministra (590 vol).
Il dato su Sindaca è ancora più drammatico: nonostante l’Italia abbia avuto sindache in città importanti, le ricerche (720 al mese) si scontrano con zero risultati indicizzati specifici. Google applica un re-ranking interno: cancella l’identità di genere della ricerca e ti mostra i risultati per Sindaco. Se la politica forza il linguaggio, l’algoritmo (e l’utente) oppone ancora resistenza.
Aggettivi: il peso del valore
Se chiediamo a Google di aggettivare i generi, i risultati mostrano una dicotomia brutale tra identità e canone:
L’aggettivo più associato a donna è “Bella“ (1,4 milioni di ricerche), seguito da “Ideale“ (632.250). Ma non parliamo di carriera ideale, quasi tutto quel volume riguarda il peso ideale donna. La donna ideale è ancora una donna che occupa lo spazio fisico corretto, non quella che occupa una posizione di potere.
L’aggettivo dominante per uomo è “Speciale“ (quasi 2 milioni). Cerchiamo come celebrarlo, cosa dirgli, come valorizzarlo.
L’uomo è speciale per ciò che è, la donna è “ideale” se aderisce a un parametro estetico.
Gestire la complessità o inseguire il silenzio?
Cosa chiediamo a Google quando abbiamo un problema da risolvere (query how-to) che coinvolge l’altro genere? I volumi di ricerca mostrano una distinzione netta tra la manutenzione emotiva (per la donna) e la decodifica dell’assenza (per l’uomo).
Il manuale di gestione delle donne
Le ricerche how-to dominanti riguardano la calibrazione degli stati emotivi. Abbiamo volumi altissimi per query come Cosa dire a una donna speciale (1.086.600 ricerche) o Cosa scrivere a una donna speciale (116.260). La donna è percepita come un sistema complesso che richiede l’input testuale perfetto per essere gestito o sorpreso.
In ambito lavorativo, questa complessità diventa logistica: il problema donna appare nei dati sotto forma di tutela e costi, con query come A cosa ha diritto la donna lavoratrice in gravidanza? (4.720) o Maternità anticipata.
La decodifica del vuoto maschile
Per l’uomo, il problema non è l’eccesso di segnali, ma la loro mancanza. La query regina è Cosa dire a un uomo speciale (1.230.260 ricerche), ma accompagnata da un bisogno di analisi investigativa: Come capire se un uomo ti stima o Perché un uomo sparisce.
In ambito lavorativo, l’uomo smette di essere un soggetto emotivo per diventare pura funzione: il problema si risolve equipaggiandolo. Troviamo volumi massicci per pantaloni uomo per lavoro (18.100) e pantaloncini lavoro uomo (12.100).
In ambito aziendale, questo bias è strutturale. I dati ci dicono che la donna è un costo di gestione emotiva e burocratica, mentre l’uomo è un’entità operativa che va solo vestita correttamente per produrre.
Potremmo quasi sostenere che esista uno squilibrio nella User Experience. La donna è vista come un’interfaccia complicata che genera bug emotivi, l’uomo è un hardware solido che ha solo bisogno dei driver (o dei pantaloni) giusti per funzionare.
La ricerca del pregiudizio
Nelle query che iniziano con “Chi...”, il pregiudizio culturale è la prima risposta che il web offre alla domanda sull’identità femminile. Per la query Chi dice donna..., il completamento automatico e le ricerche correlate sono dominate da ...dice danno (590 ricerche). È il pregiudizio che diventa Search Intent. Mentre per l’uomo la domanda “Chi...” porta a risultati di primato (chi è il più ricco, chi ha scritto i classici), per la donna la prima associazione è un bias culturale normalizzato in proverbio.
Emerge anche l’idea radicata che la donna sia un soggetto “non lineare”, quasi un malfunzionamento del sistema. Le query come Perché la donna è lunatica? o Come gestire una donna difficile? hanno volumi costanti. Qui il pregiudizio è che l’emotività sia un’esclusiva femminile. Non cerchiamo “perché l’uomo è lunatico”, cerchiamo come “risolvere” l’irrazionalità della donna. In ambito aziendale, questo si traduce nel pregiudizio per cui una donna che decide con fermezza è “aggressiva” o “in quei giorni”, mentre un uomo è “determinato”.
Infine, il pregiudizio più offensivo è quello che mette in dubbio la capacità di intendere e comprendere. Esistono migliaia di ricerche focalizzate sulla decodifica. Come capire se una donna è intelligente? è un topic che conta oltre 23.700 ricerche mensili. È come se l’intelletto femminile non fosse un tratto scontato, ma un codice segreto da decodificare o una dote rara da verificare. Al maschile, la ricerca si sposta sul record e sullo status. Non si cerca “come capire se è intelligente”, ma direttamente chi è l’uomo più intelligente del mondo.
Questo bias suggerisce che, inconsciamente, cerchiamo continue prove della competenza femminile, mentre quella maschile viene accettata come pacchetto predefinito. È il riflesso digitale del mansplaining: il bisogno di verificare se “lei ci arriva davvero”.
In ambito SEO lo chiameremmo un problema di autorevolezza percepita: l’uomo ha l’authority di default, la donna deve costruirla query dopo query.
Perché questo riguarda il nostro lavoro?
Come già ribadito più sopra, nei motori di ricerca, se un contenuto non esiste, l’algoritmo non lo può suggerire. Se continuiamo a non “nominare” le professioni al femminile, se non creiamo contenuti sulla leadership delle donne e sul carico genitoriale degli uomini, Google continuerà a dirci che il mondo è diviso tra chi compra borse e chi comanda.
Dobbiamo iniziare a cambiare l’indice. Dobbiamo forzare il sistema, produrre contenuti che oggi mancano e “indicizzare” una nuova realtà. Se la politica è riuscita a creare milioni di pagine per “Ministra”, noi possiamo fare lo stesso per le nostre professioni.
Perché se la parità non è una query ad alto volume, è nostra responsabilità renderla tale.




